Tag Archives Diritti

IN UNGHERIA LE PERSONE TRANSGENDER NON POTRANNO CAMBIARE SESSO

In Ungheria è stata approvata l’ennesima legge finalizzata a minare i diritti delle persone transgender che ora non potranno più cambiare il proprio sesso all’anagrafe: in parole povere fine riconoscimento giuridico.

Con 133 voti a favore e 57 contrari è passata la proposta che stabilisce come il sesso biologico “basato sulle caratteristiche sessuali primarie e i cromosomi” dovrà essere registrato alla nascita e non potrà cambiare successivamente.

Per Amnesty International “questo voto spinge l’Ungheria indietro verso tempi bui e sopprime i diritti delle persone transgender e intersessuate, che dovranno subire non solo ulteriori discriminazione ma anche le conseguenze di un clima ancora più intollerante e ostile verso la comunità Lgbti”.

Di fatto i cambi di sesso in Ungheria erano “congelati” dal 2017 e così tutte le persone che hanno fatto richiesta da quel periodo e che avrebbero voluto farla non potranno più ottenere quanto desiderato dovendo continuare a vivere coscienti che per loro non c’è futuro in quello Stato che ha affidato i pieni poteri al premier Orbán.

CAPORALATO, BRACCIANTE FINISCE IN OSPEDALE PER AVER CHIESTO UNA MASCHERINA

A Terracina, provincia di Latina, un bracciante indiano è stato licenziato, picchiato e gettato in un fosso dal datore di lavoro. Il motivo? Il lavoratore avrebbe osato chiedere una mascherina e di essere pagato per il lavoro svolto. La polizia, su ordinanza del gip, ha emesso due misure cautelari nei confronti dei titolari dell’azienda agricola, padre e figlio. Tutto sarebbe partito dall’arrivo in ospedale del bracciante e investigando si è riusciti a scoprire “un sistematico sfruttamento economico, con condizioni di lavoro difformi alla vigente normativa in materia di sicurezza e sanitaria”. Lo Stato deve continuare a combattere il caporalato facendo modo che dignità e diritti prevalgano sullo sfruttamento. Non è possibile che si lavori 12 ore al giorno per 4 euro l’ora e che per aver chiesto una mascherina e lo stipendio si finisca in ospedale a farsi curare le fratture.

IN CROAZIA I MIGRANTI SONO SEGNATI COME BESTIAME E POI RESPINTI

È arancione lo spray che la polizia croata utilizza per segnare con una croce i migranti, per lo più musulmani, che provano ad entrare nel Paese dalla Bosnia. A denunciare gli abusi disumani che degli agenti croati infliggono alle persone è una ONG chiamata “No Name Kitchen”.

Ad aspettare i migranti che provano ad attraversare il confine tra Bosnia e Croazia ci sono squadroni di forze dell’ordine che non si limitano a bloccare l’accesso (cosa già non fattibile) ma, armati di manganelli, privano i richiedenti asilo di documenti ed effetti personali arrivando anche a picchiarli. Le Nazioni Unite indagano su quanto è stato invece smentito dal ministero dell’Interno nonostante le foto e le testimonianze.

“A mio avviso questo è il risultato di due possibili motivazioni. O le autorità croate che commettono questi atti stanno usando la vernice per identificare e umiliare coloro che passano i valichi di frontiera o, ancora più preoccupante, la usano come tattica per traumatizzare psicologicamente con un simbolo religioso questa gente, la maggior parte dei quali è musulmana” ha dichiarato al Guardian Jack Sapoch (membro dell’ONG sopraindicata) su questa recente pratica disumana adoperata dalla polizia croata.

Esto ya parece increíble, pero la frontera de la Unión Europea nunca deja de sorprendernos. Las últimas novedades que…

Pubblicato da No Name Kitchen su Giovedì 7 maggio 2020

I croati non sono però nuovi a questi tipi di violenze e già a fine 2018 il Guardian raccolse una serie di testimonianze da parte di richiedenti asilo picchiati e respinti.

“La polizia iraniana mi ha rotto tutti i denti, quelli croati mi hanno rotto il naso e le costole” dichiarava un richiedente asilo iraniano. ” Se trovano denaro, lo rubano. Se trovano telefoni cellulari, li distruggono per evitare di essere filmati o semplicemente per impedirci di contattare i nostri amici. E poi ci hanno picchiati, quattro o cinque contro uno. Ci gettano a terra, ci prendono a calci e ci picchiano con i manganelli. A volte i loro cani ci attaccano. A loro, probabilmente non sembriamo molto diversi dai loro cani” raccontava un altro uomo tempo fa al Guardian.

CORONAVIRUS, TRA GLI 85MILA DETENUTI RILASCIATI DALL’IRAN NON CI SONO LE ATTIVISTE DEI DIRITTI UMANI

L’Iran ha rilasciato “temporaneamente”, così scrive il Corriere della Sera, 85mila prigionieri per via del coronavirus. Tra questi prigionieri non ci sono però le famose attiviste per i diritti umani e contro la pena di morte: Narges Mohammadi che sembra stare male ed aver contratto il coronavirus (condanna di 16 anni), Atena Daemi (condanna di 7 anni) e Nasrin Sotoudeh di cui abbiamo parlato quando è stata condannata a ben 33 anni di carcere e 148 frustate. La denuncia arriva nel rapporto annuale di Iran Human Rights che ha documentato almeno 280 esecuzioni avvenute nel 2019 nonostante la maggior parte non siano state annunciate dalle autorità.

LIBERO LUCA TACCHETTO, RAPITO IN BURKINA FASO A FINE 2018

È libero Luca Tacchetto, l’italiano rapito in Burkina Faso a fine 2018 assieme alla fidanzata canadese Edith Blais. Tacchetto e la compagna sono riusciti a fuggire dai loro sequestratori in Mali e fermata un’auto si sono fatti portare alla più vicina base dei caschi blu dell’Onu. Il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio è in contatto con il collega canadese e scrive su Facebook: “in questo momento di difficoltà per il Paese arriva una buona notizia: il nostro connazionale Luca Tacchetto è libero. L’ho appena sentito al telefono e sta bene. Ho sentito anche il padre”.

EGITTO: “PATRICK ZAKY TRASFERITO NEL CARCERE DI TORA”

Patrick Zaky, studente dell’università di Bologna arrestato al Cairo lo scorso 8 febbraio perché oppositore politico, è stato nuovamente trasferito in un altro carcere egiziano. A fine febbraio Patrick era stato trasferito alla stazione di polizia di Mansoura ma ora, ne dà conferma a TPI il direttore della Ong Eipr, “è stato trasferito nel complesso carcerario di Tora”. Quello di Tora è considerato uno dei peggiori carceri d’Egitto, una tomba in cui lavorano gli uomini che rispondono direttamente ad Abdel el-Ghaffar, tra le tante cose considerato una figura chiave nella morte di Giulio Regeni.

QUELLO CHE SAPPIAMO SULLO STUDENTE EGIZIANO DI BOLOGNA CHE ARRESTATO RISCHIA LA TORTURA

Il ragazzo in foto si chiama Patrick George Zaki, 27 anni, ed è uno studente e ricercatore iscritto a un master dell’Università Alma Mater di Bologna. Patrick sta facendo molto parlare di sè in queste ore a causa del suo arresto da parte egiziana e ciò comporta, denuncia Amnesty International, che il “rischio tortura è elevato”. Wael Ghally, legale che da più di 15 anni si occupa di diritti umani, ha raccontato a ilfattoquotidiano.it quanto saputo da Patrick dopo aver parlato con lui alla procura di Mansoura dove è riapparso dopo 27 ore. “Alle 4 del mattino del 7 febbraio Patrick era in fila al controllo passaporti all’aeroporto del Cairo l’agente si è accorto che su di lui pendeva un mandato di arresto e allora lo ha condotto in una stanza” dalla quale si sono perse le tracce del giovane che non era a conoscenza del fatto che fosse ricercato. Su dove poi sia stato trasportato Patrick una volta bendato e rapito si possono fare solo supposizioni e Ghally per la sua esperienza ipotizza un edificio dell’Amn el-Dawla dove sembra che il giovane sia stato “picchiato e torturato con l’elettricità” tramite fili in modo che non rimanessero segni. Qui Patrick ha subito un primo interrogatorio sulla attività che svolge per l’EIPR (l’organizzazione Egyptian Initiative for Personal Rights) per poi essere trasferito a Mansoura e ritrovarsi davanti una sorta di Corte d’Assise. Il ragazzo, citando ilfattoquotidiano.it, è accusato di “diffusione di false informazioni per minare la stabilità nazionale” e “incitamento a manifestazione senza permesso”, oltre a “tentativo di rovesciare il regime, uso dei social media per danneggiare la sicurezza nazionale, propaganda per i gruppi terroristici e uso della violenza”. Wael Ghally continua affermando che “durante l’udienza, il giudice aveva in mano una lista di post su Facebook stampati che non siamo riusciti a vedere. Soprattutto ci siamo accorti che aveva in mano verbali con prove completamente inventate” come ad esempio una perquisizione avvenuta nella casa di Mansoura in presenza della madre del giovane che però in realtà non poteva essere presente essendosi trasferita al Cairo 8 anni fa. Falso è anche il verbale in cui si dice erroneamente il luogo d’arresto di Patrick.

NASCE “ODIARE TI COSTA”

Nasce “Odiare ti costa”, l’iniziativa nata dall’associazione Tlon assieme allo studio legale Wildside di Cathy La Torre al fine di portare in tribunale l’odio online, ovvero: minacce, calunnie, diffamozioni etc. Odiare ti costa ha messo in piedi un gruppo di avvocati, investigatori, esperti e filosofi che raccoglieranno le segnalazioni inviate all’indirizzo mail odiareticosta@gmail.com. Tra importanti nomi che hanno già aderito all’iniziativa abbiamo Fiorella Mannoia e Michela Murgia.

“Perché se il diritto di critica è sacro e inviolabile, se la libertà di opinione è sacra e inviolabile, se la libertà di dissenso, anche aspro, duro, netto, schietto, è un diritto sacro e inviolabile, la diffamazione no, l’ingiuria no, la calunnia no, l’offesa no, la minaccia no. Quelli sono delitti. Anche e soprattutto sui social. E arrecano danni. E quei danni vanno risarciti. Criticare una donna per le sue posizioni politiche è un sacro diritto. Augurarle lo stupro è invece un delitto. Criticare una persona perché solidarizza con i migranti è un sacro diritto. Insultarla, accusarla senza prove di qualche crimine, calunniarla è invece un delitto. Criticare un omosessuale per le sue idee è un sacro diritto: insultarlo, offenderlo, ingiuriarlo, augurargli o promettergli violenza no. Quello è un delitto. È un danno. E si paga. Fino a oggi le vittime di questi delitti sono state lasciate sole. Adesso basta”.