Draghi? Dov’è la politica?

 

“Ringrazio il presidente della Repubblica per la fiducia che mi ha voluto accordare. È un momento difficile. Vincere la pandemia, completare la campagna vaccinale, offrire risposte ai problemi quotidiani, rilanciare il Paese sono le sfide. Abbiamo a disposizione le risorse straordinarie dell’Ue, abbiamo la possibilità di operare con uno sguardo attento alle future generazioni e alla coesione sociale” ha dichiarato Mario Draghi dopo aver accettato con riserva l’incarico di formare un nuovo governo a seguito del colloquio con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Ai mercati basta questo per portare la Borsa di Milano sopra le altre del continente. Poco da stupirsi. Lo si apprezzi o meno quello di Draghi è un curriculum come pochi, basti pensarlo nelle vesti di Governatore della Banca d’Italia e Presidente della BCE dal 2011 al 2019. Anche lì dove lo si volesse criticare si consumerebbe un errore nel paragonarlo a Monti dimenticandosi quel “whatever it takes” che quasi 9 anni fa si dice salvò l’euro. Certo, per molti resta un banchiere, ma nulla toglie alla sua caratura da economista e al suo indubbio rendersi conto che è in momenti come questo che servono politiche espansive e non restrittive.

La vera questione in realtà non dovrebbe essere legata tanto al curriculum di Draghi, che in un mondo dove nulla è certo e unanime non è ugualmente esente da critiche, quanto piuttosto allo stato di salute della politica italiana. Lungi dal parlare di commissariamento di uno Stato, ricordando la situazione generale e che sempre e comunque ci vorrà il voto del Parlamento, non si può però ignorare che la politica, ancora una volta, si sta piegando al tecnico. Quando si invoca il tecnico a discapito del politico si fa un torto alla Repubblica democratica e lentamente si finisce per consolidare un sentimento comune che vede nell’economista l’arma per risollevare il Paese dalle macerie…come se in economia non esistessero varie scuole di pensiero, questioni quali i diritti civili fossero divenute un optional e l’Italia fosse capace di sopravvivere nello scacchiere geopolitico restando immobile ad osservare.

Nulla da imputare al presidente Mattarella, che agendo diversamente da quanto fece Napolitano, si è mosso nella prassi costituzionale e senza scavalcare i partiti. Se si considerasse poi il momento assai drammatico dal punto di vista economico, sociale e della salute pubblica, in assenza della formazione di un nuovo governo, la scelta di andare al voto per ritrovarsi con un esecutivo dopo svariati mesi non risulterebbe per nulla una buona soluzione (e intanto saluteremmo 209 miliardi). La colpa qui è tutta da imputare ad una classe dirigente (che non c’è) dimostratasi incapace di riuscire e molto più propensa a rompere. Certo, il nome del responsabile principale lo conosciamo tutti.

Anche in questo momento così drammatico le forze del Conte II dovrebbero muoversi verso quello che credono essere il bene del Paese. Cosa che, attenendoci a quanto scritto prima ed ai probabili scenari post elezioni, sicuramente non è rappresentata dall’andare al voto. Non dovrebbero quindi esserci veti sul nascere a Draghi, ma bisognerebbe prima sedersi al tavolo ed esser capaci di portare con sé un minimo di sinistra e provare a stemperare il tecnico a favore del politico. Questo però non deve significare “a qualsiasi costo”. Piuttosto che ripetere gli errori del passato, e magari farli in compagnia della Lega, è preferibile lasciare spazio ad altri o in assenza di maggioranza andare al voto.

About Giulio Raganato

17 anni, salentino appassionato di politica che ha a cuore i diritti sociali e civili. Fondatore del blog destructismi.it

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