Consumato un nuovo colpo di Stato. Il Myanmar è nuovamente e totalmente schiavo dell’esercito

È un tuffo nel passato quello che in queste ore sta vivendo il Myanmar. Un Paese con un sistema fragile e tutto tranne che prossimo ad una solida svolta democratica, anzi i passi che si fanno guardano al passato e, come spesso accade, partono da un nauseante esercito che sin dall’indipendenza ha controllato il Paese.

Nel 2011 l’esercito decise di mettere fine a quasi 50 anni di regime militare, aprendo la strada ad un governo civile. Ciò nonostante i militari non hanno mai, neanche per un momento, smesso di controllare il Myanmar: al capo delle forze armate spetta la nomina del ministro della difesa, degli interni e del controllo delle frontiere. Sempre all’esercito spetta inoltre un quarto dei seggi in parlamento. Un potere enorme di chi riesce così a mettere facilmente il veto o per vie dalla parvenza istituzionali o ricorrendo alla forza.

Dalla svolta più democratica l’esercito cercò inizialmente di escludere dal governo l’amatissima e da poco liberata Aung San Suu Kyi, figlia dell’eroe dell’indipendenza nazionale e premio Nobel per la pace del 1991, consegnando l’esecutivo a loro fedelissimi. Nel 2016 finalmente alla Lega nazionale per la democrazia (Nld) di Suu Kyi, dopo l’enorme vittoria, fu concesso di formare il governo. Le successive elezioni si sono tenute il novembre scorso, quando alla Lega nazionale per la democrazia furono assegnati l’83% dei seggi in palio. La cosa non sembra essere piaciuta all’esercito, che sin da subito a cercato di annullare l’esito elettorale con false, scrive l’Economist, accuse di brogli.

È con questa scusa che i militari all’alba del primo febbraio hanno rovesciato il governo eletto arrestando Suu Kyi e affidato il potere, teoricamente per un anno, al capo delle forze armate Min Aung Hlaing. L’esercito ha arrestato molti esponenti politici a loro ostili, sospeso servizi telefonici e reti internet in molte città, interrotto le trasmissioni della TV di stato e bloccato bancomat.

Gli analisti si domandano quale possa essere la reale motivazione di questo golpe, visto e considerato che l’esercito restava e resta ancora il reale controllore del potere nel Paese. Forse non amavano la graduale e lenta svolta democratica o forse, come alcuni sostengono, il generale Min Aung Hlaing è preoccupato per il suo futuro personale. “Aveva bisogno di un qualcosa che garantisse la sua eredità, la sua libertà e la ricchezza della sua famiglia” sostiene un diplomatico occidentale a Rangoon.

About Giulio Raganato

17 anni, salentino appassionato di politica che ha a cuore i diritti sociali e civili. Fondatore del blog destructismi.it

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