Il Secolo Comunista

Il 21 gennaio del 1921, a Livorno, il congresso del Partito Socialista Italiano visse una frattura che sconvolse il movimento operaio italiano. Frattura che diede vita al Partito Comunista d’Italia, che oggi compie ufficialmente 100 anni.

  • La nascita: contro il riformismo per la rivoluzione

Il PCI nasce di base per due ragioni: l’opposizione al riformismo di Filippo Turati e l’opposizione alla partecipazione al governo in una democrazia di stampo borghese come quella rappresentativa. Il fine ultimo della scissione era dunque la rivoluzione, di cui le frange riformiste, sia quelle massimaliste che quelle minimaliste, erano considerati traditori.

A “rompere” furono essenzialmente le componenti che facevano capo a Gramsci, Togliatti, Terracini, Bordiga, Bombacci (che tempo dopo confluirà nel PNF), Tasca eccetera, cioè quelle componenti massimaliste e rivoluzionarie. Se vogliamo essere sinceri, i riformisti italiani già all’Internazionale furono oggetto, da Lenin, di critiche con l’invito ai massimalisti rivoluzionari italiani di abbandonarli per abbracciare totalmente la causa rivoluzionaria.

Socialtraditori. Così furono chiamati al congresso del PSI di Livorno i riformisti da parte dei Gramsci, dei Terracini, dei Togliatti, dei Bombacci eccetera. A ricordarlo fu, in un’intervista a Enzo Biagi, il presidente della repubblica socialista Sandro Pertini. Il tutto perché i riformisti non volevano acuire i dissidi già marcatissimi nel tessuto umano e sociale del paese durante il biennio rosso e “fare la rivoluzione”, prediligendo una via più prudente e moderata fondata sul cercare di portare avanti delle riforme significative per il paese.

Gli anni che seguirono non furono certamente dei più illustri: l’appoggio di Bordiga (malgrado le critiche di Gramsci e Terracini) alla marcia su Roma dei fascisti, l’Aventino contro il governo Mussolini malgrado fosse necessario stare “al fronte” (ma è facile parlare col senno del poi), l’adesione formale alle teorie del socialfascismo di Stalin che invitavano a non combattere i fascismi ma prima a combattere le democrazie plutocratiche e borghesi e la socialdemocrazia.

Il pinto più buio degli anni 20-30 del novecento, probabilmente, è rappresentato dalle frasi che, nell’aprile del 1932, Togliatti dedicò a Turati su “Lo Stato Operaio”: “Nella persona e nell’attività di Filippo Turati – scrisse il leader comunista – si sommano tutti gli elementi negativi, tutte le tare, tutti i difetti che sin dalle origini viziarono e corruppero il movimento socialista italiano, che lo condannarono al disastro, al fallimento, alla rovina. Per questo la sua vita può bene essere presa come simbolo e, come un simbolo, anche la sua fine”

Lo stesso PCI che vide martirizzato Gramsci nel silenzio delle patrie galere e che espulse Terracini, al confino dopo undici anni di carcere, per aver criticato una silente connivenza tra comunisti e fascismo ricordando Matteotti (lo stesso Terracini che fu reintegrato nel partito solo nel 1944).

  • Il CLN, l’Assemblea Costituente e il frontismo

Il partito, dopo i disastri totali del fascismo e la caduta di Mussolini, entrò di pieno diritto nel Comitato di Liberazione Nazionale al fianco di popolari, socialisti, repubblicani azionisti, liberali e socialisti liberali, incrementandone sensibilmente le schiere e giocando un ruolo cruciale nella guida della guerra partigiana.

 

Nel 1944, con la svolta di Salerno, Togliatti apre alla via democratica del comunismo, e di fatto rimosse in un sol colpo i due enormi “limiti” che furono anche due tra i motivi principali della scissione di Livorno: l’adesione alla via democratica, abbandonando l’idea della rivoluzione in Italia, e la disponibilità all’ingresso nel governo in nome del re (con la partecipazione diretta al governo del re (entrando nel secondo governo Badoglio) e alle istituzioni democratiche (vent’anni prima definite borghesi).

Nell’Assemblea Costituente il Partito Comunista Italiano, terzo per bacino elettorale dietro DC e PSI, giocò un ruolo chiave, sia sul punto istituzionale (Terracini presidente dell’Assemblea dopo Saragat) e governativo (con tre ministri e cinque sottosegretari nel governo De Gasperi), sia dal punto di vista della formazione della carta costituzionale. La fondazione sul lavoro della repubblica democratica, la libertà di associazione, uguaglianza sostanziale e formale, patti lateranensi in costituzione, contrarietà alla guerra offensiva, diritti sindacali, inviolabilità della libertà personale, funzione pubblica e sociale della proprietà e dell’iniziativa economica sono solo alcuni tra i punti in Costituzione ritenuti irrinunciabili per il PCI.

Dopo la Costituente, un tentativo di ricucitura della scissione di Livorno avvenne col frontismo che portò all’alleanza PCI-PSI alle prime elezioni repubblicane, presentandosi sotto l’unica sigla del Fronte Democratico Popolare.

L’impegno legislativo nelle prime due legislature fu enormemente prolifico e positivo, garantì la promulgazione di leggi di civiltà, come la legge Merlin, approvata in via definitiva alla fine della seconda legislatura e alimentò un rapporto politico positivo e propositivo importante dell’asse PCI-PSI.

Il tentativo di ricucitura di Togliatti e Nenni, tuttavia, si infranse nel 1956-57 a causa sanguinosa repressione d’Ungheria e la condanna aperta, fatta da Nenni e da tutti i socialisti, all’URSS contrapposto al silenzio del PCI.

Negli anni il PCI ha accumulato notevole potere e, pur non andando al governo diretto del paese, ha governato molti comuni e diverse regioni per un lasso di tempo significativo e con risultati e modelli virtuosi, anche se talvolta anche con alleanze azzardate. Memorabile fu il biennio 1958-1960, periodo in cui la regione siciliana fu retta dalla maggioranza MSI-PCI con la benedizione dei rispettivi segretari nazionali Michelini e Togliatti. L’esperimento del milazzismo fu poi riprodotto in piccolo anche in molti altri comuni del mezzogiorno, a volte con risultati interessanti, ora virtuosi ora meno virtuosi.

La capacità di alterare e modificare il tessuto economico-sociale nelle regioni a trazione comunista diede ampio respiro e vitalità produttiva alle cosiddette cooperative rosse, che furono uno dei principali mezzi di finanziamento (insieme ai fondi provenienti dall’URSS) del PCI.

  • Il PCI dalla morte di Togliatti a Berlinguer

Con la morte di Togliatti, nel partito le correnti iniziarono a organizzarsi sempre più sotto la segreteria Longo, mentre sull’altro versante il PSI aveva iniziato a sviluppare delle politiche di sinistra, avviando un riformismo serio, in quel periodo conosciuto come centro-sinistra organico.

Molte furono le contraddizioni tra gli anni sessanta e settanta, a partire dalla posizione sullo Statuto dei Lavoratori, opera del socialista Luigino Giugni, che non fu sostenuto dal PCI, andando poi al dibattito sulla legge sul divorzio, che vide il PCI frammentato e per lo più in opposizione alla riforma Brodolini (PSI) fino all’ultimo, salvo ravvedersi “sul fotofinish”.

Con la stagione berlingueriana, nel PCI si apre “il vaso di Pandora”: il compromesso storico, che diede vita ai governi della non-sfiducia, ebbe come unico merito quello di estromettere di fatto le altre forze di centrosinistra dal governo diretto del paese. Negli anni dei governi di solidarietà nazionale, invece, controverse furono le posizioni del PCI, con l’opposizione alla legge sull’aborto, la famosa legge 194, e la posizione non chiara sulla legge istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale a firma della sindacalista democristiana Tina Anselmi.

In quegli anni il partito era frammentato: molte componenti rivoluzionarie furono estromesse dal partito, mentre le correnti alla sinistra (ingraiani e cossuttiani) e alla destra (amendoliani o miglioristi) di Berlinguer criticavano ferocemente e con insofferenza la linea del segretario. Le aperture alle teorie francesi e spagnole sull’eurocomunismo, la teorizzazione dell’ombrello della Nato e la condanna ai fatti dell’Afghanistan furono oggetto dicritiche (anche dalle colonne de L’Unità da parte soprattutto, ma non solo, di Macaluso) e “disinneschi” interni alla stessa corrente berlingueriana e alla segreteria.

Rispetto alle aperture al dialogo fatte da Ferri, Mancini, De Martino e Craxi in tutti gli anni settanta, con l’apprezzamento dei miglioristi, il PCI fu sempre diffidente e non propose mai un’alternativa di sinistra fino al consolidamento dell’alleanza del pentapartito.

Molte furono le critiche ideologiche al berlinguerismo dall’interno del PCI più che dall’esterno: Macaluso, dalle colonne dell’Unità fu spesso molto critico, e lo fu in apertamente contrario e critico rispetto alla celebre teoria della questione morale.

  • Dall’alternativa di sinistra alla dissoluzione del PCI
BERLINGUER ENRICO CON CRAXI BETTINO (Battaglia / GIACOMINOFOTO

La “seconda svolta di Salerno”, come fu definita dallo stesso compianto Emanuele Macaluso, dell’alternativa di sinistra venne fuori solo nel 1980, cioè al consolidamento di un’alleanza che darà vita alla coalizione del Pentapartito. Mentre il pentapartito diede un presidente della repubblica socialista (Sandro Pertini), un presidente del consiglio repubblicano (Spadolini) e uno socialista ma antisovietico (Craxi), il PCI lanciò la questione morale di Berlinguer e la battaglia del referendum sulla scala mobile di Natta, che perse alle urne in maniera preoccupante.

Furono un fulmine a ciel sereno per il PCI le parole di Umberto Terracini nel 1983. Lo storico leader comunista, infatti, scosse le fondamenta del partito e infastidì non poco il segretario Berlinguer, affermando in maniera lapidaria: “Aveva ragione Turati”.

Con la caduta del muro di Berlino e la svolta della Bolognina “finisce” la storia ufficiale del PCI. Da allora, il mondo comunista e post-comunista è “esploso”, con una iper-frammentazione che ha comunque dato statisti come Oliviero Diliberto e Pierluigi Bersani.

Non mancarono comunque le “pecore nere rosse” negli anni di Mani Pulite, con moltissimi nomi dell’ex PCI, a partire dal tesoriere prima del PCI e poi del PDS Primo Greganti fino a molti nomi di amministratori locali ex comunisti nella stagione tangentopolina (e a ribadire ciò sono stati negli anni sia Ilda Boccassini, sia Gherardo Colombo, sia Piercamillo Davigo).

Un partito e una storia che ha dato tanto e fatto spesso  battaglie di civiltà, con e senza le altre sinistre più o meno antiche, e che comunque, malgrado qualche contraddizione e qualche defezione, ha segnato la storia del nostro positivo. Anche il PCI, come tutti i partiti italiani del passato, del presente e del futuro, tra luci e ombre.

About Mattia Carramusa

Mattia Carramusa, 29 anni giurista disperato, socialista per fede, impegnato nella lotta per i diritti sociali, coordinatore FGS a Palermo

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