Torturati e lasciati morire in carcere. Nuova pista sui 13 di Modena

“Morti per lo più per overdose di metadone”. Fu questa la maniera sbrigativa in cui il ministro Alfonso Bonafede liquidò in Parlamento la vicenda dei tredici di Modena. Una vicenda che, come tante, è stata poco limpida.

La vicenda torna all’attenzione delle cronache a poche settimane dall’inizio del primo processo nella storia d’Italia per tortura da parte di pubblici ufficiali nelle carceri, riguardo al caso del carcere di San Gimignano.

 

  • La vicenda

Il 9 marzo scorso il governo ha decretato la serrata (lockdown) generale del paese. Nelle carceri di tutta Italia è rivolta: da Palermo a Torino, da Foggia a Modena, da Firenze a Trento, tutti gli istituti carcerari italiani hanno visto le proteste dei detenuti. Addirittura a Foggia ci fu il tentativo di evasione di una decina di carcerati.

Le vicende della casa circondariale sant’Anna, però, furono particolari. Durante le proteste in tutta Italia, a Modena ci fu quasi un assedio in carcere, con incendi nelle celle e barricate. Sin da subito la vicenda parve molto ingarbugliata, ma in poco tempo ritornò tutto alla “normalità”. Tuttavia, iniziarono a fuoriuscire notizie di morti: inizialmente si parlava di uno o due, poi di cinque. Alla fine si contarono 13 decessi tra i detenuti del carcere di sant’Anna di Modena e della casa circondariale di Ascoli Piceno, in cui molti detenuti a Modena furono portati.

Ci furono alcune indagini sul come fossero morti questi tredici. La versione ufficiale, riferita pochi giorni dopo dal ministro Bonafede, è che si tratto di morti per overdose da metadone. Secondo le fonti, infatti, i detenuti erano entrati anche in infermeria e avevano assunto il metadone.

 

  • Solo overdose?

Già all’epoca qualcosa non tornava. Perché la vicenda fu liquidata esclusivamente come morti per overdose? Dalle carte risulta che solo cinque siano morti di overdose, secondo le autopsie. Di altri quattro non si hanno ulteriori motivazioni. La morte degli altri tre, per di più, è avvenuta ad Ascoli Piceno nel trasbordo successivo ai fatti del sant’Anna di Modena.

Ancora, perché non era stato usato il farmaco-salvavita contro l’avvelenamento da metadone? Eppure è dai tempi del secondo governo Amato che le “miracolose” fiale di Narcan sono presenti nelle infermerie, nelle strutture ospedaliere e nelle ambulanze.

La risposta a tutti questi (e molti altri) interrogativi è stata in parte data soltanto pochi giorni fa. Cinque detenuti del sant’Anna di Modena prima e del carcere di Ascoli Piceno poi hanno firmato un esposto alla Procura denunciando sevizie, abusi e violenze da parte degli agenti penitenziari.

 

  • Un caso emblematico

Nell’esposto si parla, tra i tanti, di Salvatore Piscitelli, quarantenne morto in quei giorni. I firmatari hanno parlato di violenze protratte sia a Modena sia nel pullman che ha trasportato i detenuti dal sant’Anna ad Ascoli Piceno.

Infatti all’arrivo il malcapitato sarebbe stato “buttato dentro la nuova cella come un sacco di patate”, lui che “stava malissimo” e “non riusciva a camminare”. Sempre nell’esposto si legge che il Piscitelli sarebbe stato “brutalmente picchiato nella casa circondariale di Modena e anche durante la traduzione” e sarebbe giunto ad Ascoli Piceno in uno stato tale “da non riuscire a camminare e da dover essere sorretto da altri detenuti”.

Malgrado le ripetute segnalazioni da parte degli altri detenuti al commissario di sezione e agli agenti che il detenuto aveva necessità di cure, non vi fu risposta. “Fu fatto presente – si legge negli atti –che Piscitelli non stava bene, emetteva versi lancinanti e doveva essere visitato, ma nulla fu fatto”.

Dopo diverse ore di agonia, Piscitelli sarebbe morto in cella e senza cure. Ma gli agenti e il direttore avrebbero dichiarato che la morte del Piscitelli sia avvenuta in ospedale. Perché poi la direzione del carcere e il provveditorato provinciale parlarono nelle loro relazioni di decesso in ospedale? La versione delle relazioni del DAP e del Ministero della Giustizia era di morte in carcere.

Man Behind Bars

 

  • Situazione attuale

Non si sa ancora cosa avverrà, né se il ministro Bonafede almeno stavolta prenderà provvedimenti o, come ogni volta, andrà avanti coi paraocchi nascondendo la propria manifesta incompetenza.

È tuttavia sospetto il tempismo con cui, pochi giorni fa e pochissimi giorni dopo l’esposto, hanno spostato i cinque firmatari in carceri diverse e sia stato loro impedito di comunicare con parenti o con l’esterno fino all’intervento di Yairaiha, associazione per i diritti dei detenuti nelle carceri presieduta da Sandra Berardi. Il tempismo

Dall’altro lato risulta controversa la posizione di Uil-pa, col segretario nazionale De Fazio che ha cercato in qualche modo di legittimare l’uso della forza sui detenuti, qualora vi sia stata, per ripristinare l’ordine.

Il tutto in un paese dove la popolazione carceraria è di 60.769 detenuti al 31 dicembre 2019 (dato del ministero della giustizia) a fronte di 50.688 posti. Nonché in un paese in cui la Costituzione è ormai carta straccia se, parafrasando l’ex giudice Gherardo Colombo e il filosofo del diritto Fabio Macioce, si fa poco o nulla per sanare la ferita causata dalla violazione delle regole comuni e non si permette una vera rieducazione del detenuto, violandone persino i diritti umani.

Ma, forse, è così che deve andare in Italia. L’Italia di Beccaria, ormai riscopertosi paese di forcaioli, manettari e giustizialisti a targhe alterne, intriso di un profondo pseudo-moralismo ipocrita. Un paese costantemente condannato dalle sentenze CEDU sull’uso della carcerazione preventiva e della violazione dei diritti umani ai carcerati. Una nazione con un sovraffollamento carcerario incredibile che nessuno vede perché, come disse un notissimo magistrato italiano a DiMartedì, “in Italia in carcere non ci va nessuno“. Un paese in cui “lo devono sbattere in cella e buttare via la chiave” è una frase tanto diffusa quanto vergognosa e volgare. In cui i detenuti sono spesso nelle stesse condizioni di carcerati in dittature, siano esse fasciste o comuniste, o stati di polizia, con indici allarmanti.

Forse è così, ma mai disperare.

About Mattia Carramusa

Mattia Carramusa, 29 anni giurista disperato, socialista per fede, impegnato nella lotta per i diritti sociali, coordinatore FGS a Palermo

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