Riders senza pace. Parigi (Cgil): “O firmiamo o non lavoriamo più”

Malgrado l’entrata in vigore oggi del contratto collettivo dei riders, stipulato tra Assodelivery e UGL il 15 settembre scorso, è boom in queste ultime ore di polemiche sul contratto -verrebbe da commentare: polemiche “tardive”-.

Lo scontro è consumato prevalentemente tra una fetta consistente di riders e i sindacati da un lato e UGL e Assodelivery dall’altro, con il rischio più che fondato per molti giovani lavoratori del settori di perdere l’occupazione in mancanza di stipula del contratto attuale.

Il rischio di perdere il lavoro ed essere licenziati sulla base della normativa vigente –Jobs Act, ndr- è concreto e imminente ad oggi per decine di migliaia di lavoratori.

Cos’è cambiato

I riders sono ormai una vera realtà professionale. Con l’esplosione delle piattaforme online di food delivery negli ultimi anni, molti hanno iniziato a lavorare e hanno continuato nel totale anonimato e senza tutele contrattuali efficienti.

Negli ultimi due anni numerose sono state le manifestazioni di richiesta di inquadramento e tutele. Tutele oggi necessarie, soprattutto a causa dell’emergenza covid.

Dopo gli scioperi di inizio anno, finalmente è iniziata la concertazione che si è conclusa il 15 settembre scorso con l’accordo tra l’associazione di comparto (Assodelivery) e UGL.

Con l’accordo UGL – Assodelivery, i riders ottengono finalmente un compenso minimo orario pari a 10 euro l’ora, aumentato del 20% per la fascia oraria notturna e per i giorni festivi. A ciò si aggiungono una serie di tutele come le coperture assicurative e diversi obblighi in capo alle società di Delivery.Il segretario della UGL ha sul punto festeggiato, sottolineando e rimarcando che l’accordo riconosce finalmente i diritti finora negati ai riders.

Confederati all’attacco: “Contratto pirata”

Le polemiche tuttavia non cessano, con CGIL, CISL e UIL che promettono battaglia contro quello che hanno definito contratto pirata.

Il principale nodo per i confederati è l’inquadramento contrattuale dei “fattorini”: il nuovo contratto, infatti, non rende i riders dipendenti subordinati ma, a tutti gli effetti, dei lavoratori autonomi. Altri nodi sono legati alla natura della retribuzione e alla sua possibile riduzione sulla base delle ore effettive, come un vero e proprio contratto a cottimo.

Questo punto sembra essere un ostacolo insormontabile. Mentre infatti un eventuale inquadramento come lavoratori subordinati a tutti gli effetti garantirebbe tutele maggiori oltre al godimento di ferie, TFR, mensilità aggiuntive, indennità di comparto, sostituzione d’imposta eccetera, la prospettiva viene esclusa totalmente da Assodelivery.

Anche la Cassazione, con la sentenza 1663 del 24 gennaio 2020, aveva riconosciuto i riders come soggetti a cui doveva estendersi la normativa del lavoro subordinato perché, specifica la Corte, il lavoro è etero-organizzato. Malgrado ciò, UGL e Assodelivery hanno proseguito fino a raggiungere un accordo contrattuale che cozza persino con i capisaldi dell’ordinamento generale del lavoro.

Il quadro della situazione

Per questa situazione di stallo interverrà il governo. Per l’11 novembre il ministro Catalfo ha già convocato un tavolo con le parti sociali per cercare di risolvere la questione. Ministro Catalfo che sembra intenzionata ad agire, a differenza del suo predecessore che oltre ad annunci non si sia spinto troppo oltre.

Nel frattempo non cessano le lamentele dei rider. “O firmiamo o ci licenziano e non lavoriamo più”, denuncia il comparto Nidil – Cgil, con il ventunenne Parigi, sindacalista fiorentino, che sui social sottolinea come l’accordo sia peggiorativo delle condizioni di questi lavoratori.

 E mentre le piattaforme del food-delivery e l’UGL esultano per aver “salvato” oltre 30.000 posti di lavoro e, sottolinea Matteo Sarzana, un miliardo annuo di fatturato in crescita, i riders si sono visti recapitare le comunicazioni di recesso dall’accordo quadro previgente invitando alla stipula del nuovo contratto da “autonomo”. In poche parole, o firmano un contratto svantaggioso o perdono il lavoro.

L’alternativa

Il tutto avviene nello stesso giorno in cui a Bologna viene attuata un’alternativa. A due anni dalla carta di Bologna, infatti, il gruppo italiano “MyMenu” ha deciso di attivare la normativa vigente.

Con l’attivazione dell’adeguamento dei salari dei riders ai minimi salariali dei contratti collettivi – decreto legge 128 del 2019 – i 500 ciclofattorini della startup bolognese passano ai minimi tabellari del comparto “logistica” con un incremento della retribuzione realmente oraria e realmente garantita, con le maggiorazioni previste per legge e tutta una serie di tutele che nel contratto UGL-Assodelivery non sono presenti.

A distanza di due anni Bologna prova nuovamente a essere apripista ed offrire un’alternativa, mentre ad oggi la situazione dei riders sembra essere – malgrado “più tutele” rispetto all’Europa – una posizione di totale subalternità e abbandono. “O mangi la minestra o salti la finestra”, come si suol dire. Ma in questo caso, si tratta di diritti, per di più negati.

 

About Mattia Carramusa

Mattia Carramusa, 29 anni giurista disperato, socialista per fede, impegnato nella lotta per i diritti sociali, coordinatore FGS a Palermo

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