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L’ultima testimonianza di Liliana Segre: “io non ero come il mio assassino”

Liliana Segre, senatrice a vita e una dei pochi superstiti della Shoah ancora in vita, è stata invitata dal presidente Mattarella a parlare alle scuole italiane dalla Cittadella della Pace, nel borgo di Rondine -Arezzo-, per celebrare l’inaugurazione dell’Arena di Janine, uno spazio intitolato alla giovane amica che la senatrice non riuscì a salutare prima che venisse condotta nelle camere a gas. La forte donna ha scelto questa occasione come ultima testimonianza in pubblico, ricordando a tutti i giovani, per l’ultima volta dal vivo, la sofferenza di cui è stata vittima -il discorso è stato infatti trasmesso in live in tutto il mondo-. Ella ricorda di quando a 8 anni le fu vietato, con le leggi razziali, di frequentare la scuola: quando chiese a suo padre il perché egli le rispose “perché siamo ebrei”. In quel momento lei dice di essere diventata “l’altra”. Ricorda con molta tristezza di come queste leggi fossero mirate a far sentire, in particolare i bambini, esclusi e ignorati, invisibili al resto del mondo. Racconta anche del suo arrivo ad Auschwitz dicendo: “Noi dovevamo dimenticare il nostro nome, che non interessava a nessuno. Da quel momento eravamo un numero che mi venne tatuato sul braccio: il mio era 75190”.

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Privata persino del nome Liliana Segre sa bene cosa voglia dire essere rifiutata e non considerata: “Io sono stata una clandestina, sono stata una richiedente asilo, e so cosa vuol dire essere stata respinta. Sono dei passaggi delle nostre vite così importanti, perché si può essere stati respinti in tanti modi”.

D’altronde per rendere l’uomo tutto tranne che uomo si inizia colpendo il nome: “Entrammo nella prima baracca e lì cominciammo a capire che dovevamo dimenticare in nostro nome. Per tutti noi il nome è una cosa importante, e nella tradizione ebraica poi in particolare”. Narra: “Voi d’ora in poi sarete un numero” e “imparatelo subito, in tedesco, perché è questione di vita o di morte rispondere immediatamente al comando perché ci fu veramente chi morì nei primi giorni per essere stato muto e sordo alla lingua nazista e non seppe obbedire al richiamo del proprio numero. Ci tolsero tutto. Non lasciarono nulla della nostra vita precedente.”

Dei primi tempi in quel terribile lager pensato a tavolino per privare le persone della propria dignità ricorda: “Fui scelta con altre 30 ragazze italiane ebree. Tutte le altre andarono al gas e così successe con gli uomini. E io vedevo lontano il mio papà e cercavo di fargli dei piccoli saluti, poi non lo vidi più e non lo vidi mai più, ma non lo sapevo naturalmente.”

 

Di Liliana Segre, una grande donna che parla di lei e le altre vittime dell’Olocausto come di “dannate condannate”, non si può non apprezzare la lungimiranza e la fermezza di quei valori che già da ragazzina dimostrò di avere: “Per un attimo vidi una pistola a terra, pensai di raccoglierla. Ma non lo feci. Capii che io non ero come il mio assassino. Da allora sono diventata donna libera e di pace con cui ho convissuto fino ad adesso”.

Scrivendo delle “tragiche vicende che hanno coinvolto anche Liliana Segre”, il presidente Mattarella ribadisce come non debbano esserci “mai più privazione della libertà, guerre di aggressione, mai più negazione dei diritti umani, mai più razzismo, odio, intolleranza. Questa era la comune volontà dei padri costituenti. Merito loro se la nostra Repubblica è fondata su principi di grande valore: democrazia, libertà, uguaglianza, centralità della persona umana, pace e giustizia tra le nazioni”.

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Il premier Conte era lì, assieme a svariati ministri, “per ascoltare l’ultima testimonianza pubblica della senatrice Segre” su quelli eventi così tragici che hanno la “funzione di interrogare le coscienze, di sollecitarci a scacciare via l’indifferenza e anche le ambiguità, di sollecitarci ad assumere posizioni chiare e scelte nette”.

Grazie Liliana, di tutto.

About Giulia Muscia

Ho 18 anni, sono un'amante dell'arte in ogni sua forma, mi batto per eliminare ogni forma di discriminazione e disuguaglianza.

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