La Chiesa di Papa Francesco (non) svolta a sinistra

Non sono mancate certamente critiche al pontificato di papa Francesco fino ad oggi, critiche tanto interne quanto esterne, da parte di narratori che hanno descritto quella “bergogliana” come una chiesa orientata a sinistra. Sono molte, e spesso infondate, le critiche in relazione alla posizione sui migranti, sui rifugiati, sugli omosessuali, sulla finanza e, ultime non per importanza, le critiche di vicinanza al socialismo massimalista e quelle sulla presunta discriminazione femminile. Tutte queste critiche si sono riaccese dopo la pubblicazione dell’ultima enciclica del romano pontefice, la “Fratelli tutti”, enciclica sociale che tratta numerosi temi e che, prima nell’era Covid, non lesina critiche alla visione del mondo imposta al mondo dal modello americano sin dagli anni settanta che ha subito un’accelerazione dalla globalizzazione in poi. Ma risultano fondate tutte queste critiche? Quanto c’è di vero in quello che i detrattori di Francesco scrivono e dicono? Facciamo una rapida disamina.

papa francesco san pietro
da Messaggero

 

Chiesa, migranti e rifugiati:

Molti condannano la posizione di papa Francesco additandola come buonismo pastorale da terzo millennio che non ha ragion d’essere in una situazione come quella attuale.

La posizione di Francesco, al contrario, è in linea con quella dei propri predecessori. Basti pensare alla posizione assunta da papa Pio XI sulle repressioni ebraiche nella Germania nazista: la Chiesa, che fu poi oggetto di spietati attacchi dal Fuhrer, condannò gli atti contro la libertà di religione e contro la libertà di convivenza civile della dittatura hitleriana ai danni degli ebrei e dei familiari e discendenti di ebrei. Fu in quegli anni, in assenza di guerra, che la Chiesa iniziò ad accogliere di nascosto ebrei in conventi, chiese, seminari sia in Germania che ancor più in Italia, dove con papa Pio XII e il suo segretario particolare (il futuro papa Paolo VI) persino il Vaticano nella sua interezza. Tutte le strutture di sua dipendenza e le istituzioni diplomatiche vicine alla Santa Sede si impegnarono per garantire -con ogni mezzo, anche considerabile illecito secondo le normative vigenti- l’espatrio e la tutela degli ebrei migranti in fuga.

Sotto i pontificati di papa Giovanni XXIII, e ancor più di Paolo VI e Giovanni Paolo II, il Vaticano ha foraggiato missioni in tutto il mondo e ha agevolato spesso le migrazioni per salvare quanta più gente possibile: dalle risorse impiegate per garantire la fuga dall’est criminale e sovietico a quelle per garantire la fuga dal regime dei colonnelli in Grecia con il sostegno dei fratelli ortodossi (come li chiamava papa Montini), passando per le missioni umanitarie in Africa, Asia e sud America che altro non erano se non coperture per operazioni di salvataggio di soggetti altrimenti repressi o uccisi dai regimi o dalle organizzazioni criminali.

La posizione di papa Francesco non è diversa: aiutare con ogni mezzo chi fugge da repressione, violenza, miseria umana, guerra attraversando un mare pieno d’insidie e sostenere le missioni umanitarie volgendo lo sguardo alla sensibilizzazione pastorale delle anime della Chiesa e alla sensibilizzazione umana dei governanti del mondo.

da Globalist

Omosessualità e fede:

“Se qualcuno è omosessuale e vive nella fede chi sono io per giudicare?” Questa frase di qualche anno fa di papa Francesco destò moltissime critiche e perplessità anche nell’ambiente del clero cattolico. La critica che fu mossa fu quella di un papa manipolato dalle lobby LGBT interne al Vaticano, che parzialmente Bergoglio stesso denunciò. Non moltissimi mesi dopo salirà alla ribalta delle cronache la vicenda di monsignor Charamsa, quarantatreenne teologo molto fine che, nel 2015, fece coming out dicendo di convivere da anni con un uomo. Questo avvenimento altro non fece se non “aggravare” la posizione del papa rispetto a molti suoi detrattori e instillare in molte più persone il convincimento per cui in Vaticano non comandi il papa.

A ben leggere, tuttavia, la posizione ufficiale della Chiesa cattolica, bisogna sottolineare che non è papa Francesco quello ad aver avviato questo dibattito ed aver assunto una posizione simile. Papa Paolo VI nel 1975, cioè quasi quarant’anni prima di papa Francesco, ratificò il documento “Persona Humana”, relativo alla morale sessuale: in questo documento, tanto il papa quanto la Chiesa, riconoscono una distinzione tra l’omosessualità in sé come tendenza, considerata neutra ed in quanto tale potenzialmente espressione innata di una naturalità, e l’omosessualità come comportamento e fenomenologia sessuale, ritenuta in quanto tale disordinata e peccaminosa. Come si legge nel documento e come sottolinea anche Guido Gatti nel suo manuale di teologia morale, la posizione espressa dalla congregazione, da Paolo VI e dalla Chiesa tutta era coerente con le linee del Concilio Ecumenico Vaticano II, che per primo avviò il dibattito sull’omosessualità nella Chiesa. Fu papa Giovanni Paolo II, poi, unilateralmente con il proprio magistero, a riportare la Chiesa ad una posizione molto più chiusa parlando dell’omosessualità di un disordine intrinseco e innaturale. Questa “marcia indietro” vedrà la sua correzione non sotto Bergoglio ma sotto Benedetto XVI, che riprese nel 2005 il documento di papa Montini pur ponendo dei distinguo relativi all’accesso al sacerdozio, riabbracciando di nuovo gli omosessuali in quanto tali come fratelli e mantenendo una linea comunque di condanna per quanto afferisce alla sfera della sessualità “pratica” e al matrimonio omosessuale.

Quindi, a meno che non si voglia dire che il Vaticano secondo, Paolo VI e Ratzinger fossero omosessuali –benché su quest’ultimo siano state azzardate numerose ipotesi negli ultimi anni, come ad esempio il caso editoriale di Frederic Martel e del libro “Sodoma” –o manipolati dalle lobby LGBT, la posizione di Francesco non può che rappresentare la naturale continuità della linea conciliare degli anni 60.

da Messaggero

 

Fratelli tutti: accuse di socialismo e di utopia

La nuova enciclica di papa Francesco ha destato moltissime critiche: da chi lo addita di essere comunista o socialista a chi descrive l’enciclica come una utopia, come fatto da Ettore Gotti Tedeschi sulle colonne de “La Verità” che lo descrive macchiettisticamente come un romanzo satirico in cui sono inseriti e celebrati qua e là san Francesco, Ghandi e Martin Luther King. Non mancano neppure critiche da parte di associazioni femministe che additano il papa come discriminatorio nei confronti delle donne sin dal titolo della lettera enciclica, che prende il nome da uno scritto del poverello d’Assisi san Francesco.

Subito molti analisti ed economisti cattolici si sono sbrigati a porre dei chiarimenti fuorvianti, come suor Alessandra Smerilli, docente di economia politica, che ha subito affermato che il mercato è e rimane in ogni caso necessario e che il papa non ha condannato il mercato.

Non sono mancate le politicizzazioni: da un lato giornalisti come Marcello Veneziani che definisce l’enciclica bergogliana come “atea e comunista”; dall’altro testate come “Il Manifesto” che descrive, dalla penna di Luca Kocci, l’enciclica come il manifesto politico e ideologico di una nuova internazionale targata papa Bergoglio.

Si badi bene, tuttavia, anche ad analizzare bene questa enciclica e la posizione della Chiesa: fu papa Leone XIII ad inaugurare “l’epoca” delle encicliche sociali, con la sua “Rerum novarum” che condannava apertamente il liberalismo e la ricerca dell’utile imprenditoriale a discapito della manodopera e delle retribuzioni ai lavoratori -che per il papa dovevano essere tali da garantire dignità e sopravvivenza delle famiglie operaie-.

papa leone 13
da Wikipedia

 

Su questo stesso filo si sono mossi anche i papi successivi, che pur ebbero da affrontare le derive sovietiche sul tema dei diritti sociali, fino alla “ulteriore rivoluzione” di Paolo VI. Montini fu definito “papa comunista” quando nel 1967 pubblicò la “Populorum Progressio”, che fu accolta dai quotidiani con notevoli critiche e dalla satira con titoli come “Avanti populorum alla riscossa” del settimanale “Il Borghese”.

Paolo VI fu quello che scrisse “La proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato ed assoluto. Nessuno è autorizzato a riservare a proprio uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario” e che, riprendendo Pio XI, parlò del capitalismo liberale come generatore dell’imperialismo internazionale del denaro. Proprio per questo, Paolo VI fu definito, ante litteram, un papa comunista col Wall Street Journal che parlò, con riferimento all’enciclica sociale montiniana, di “Warmed up Marxism”.

Francesco, proprio prendendo le mosse dalla Populorum Progressio di Paolo VI e dalla Quadrigesimo Anno di Pio XI, analizza la realtà e sottolinea una cosa orribile: il diritto di fare impresa e la libertà del mercato stanno ormai al di sopra dei diritti dei popoli e della dignità dei poveri, cosa che non può essere ammissibile nella morale cattolica e già chiarito in oltre un secolo dalla pubblicazione della Rerum Novarum di papa Pecci. Addirittura Bergoglio arriva a definire la bontà del mercato come strumento di risoluzione delle problematiche politiche, economiche, civili e sociali come un “dogma di fede neoliberale” che qualcuno vuole conculcare.

In questo fulcro nevralgico, ancora una volta, papa Francesco si rifà a Leone XIII e Paolo VI riprendendo una forma silente di scomunica del liberalismo e delle sue modifiche sottolineando l’incompatibilità tra liberismo e fede cristiana cattolica. Anche la “terza via” bergogliana, così definita nelle colonne del Corriere della Sera da Andrea Ricciardi, non è poi così esclusiva, né così “rivoluzionaria” come scritto sul blog di informazione “Articolo21” da Franco Cancedda: la linea della non cambia, non diviene rivoluzionaria e non crea una nuova terza via con papa Francesco. La chiesa mantiene la propria posizione anti-rivoluzionaria in tema sociale continuando a parlare, pur sotto altri nomi oggi più politicamente corretti, di corpi intermedi e di risoluzione pacifica delle controversie sociali nei territori. Non a caso, nell’enciclica si prendono a modello soggetti -san Francesco, Ghandi, Martin Luter King- che non vollero mai né la rivoluzione né la rivolta armata, ma che –soprattutto gli ultimi due– fecero della non violenza e del potere delle idee e della parola i propri mezzi di sensibilizzazione e “disobbedienza civile”, organizzando sulla base di quei principi delle comunità, dei movimenti, dei veri e propri corpi intermedi “armati” di idee e voce.

 

Quindi…

In conclusione, papa Francesco non è un comunista né un socialista; non è un rivoluzionario né tantomeno un terzoviista di nuova generazione; non è un ideologo né un bolscevico. Non ha spostato di un centimetro la chiesa dalla propria direttrice, solcata da secoli di storia: è, forse, il papa che più di tutti ha portato avanti e sta, finalmente, dando attuazione a distanza di quasi sessant’anni alle componenti più “scomode” del Concilio Vaticano secondo, in continuità con Paolo VI e Benedetto XVI, e alla riforma dello Ior e della curia, volute da Giovanni Paolo I e abbozzate da Benedetto XVI. È, forse, il papa che maggiormente mantiene la continuità di un progressivo cambiamento della chiesa e della pastorale avviata alla fine dell’ottocento. Continuità che ha visto la sua interruzione di fatto solo con Giovanni Paolo II.

 

 

N.B. – Gli estratti storici non documentati con link sono tratti da “Storia del Cristianesimo”, 2006, edito da Famiglia Cristiana con patrocinio del patrimonio culturale della CEI, edizione a cura di Elio Guerriero, volumi 1, 3, 5,6,10 e 11.

About Mattia Carramusa

Mattia Carramusa, 29 anni giurista disperato, socialista per fede, impegnato nella lotta per i diritti sociali, coordinatore FGS a Palermo

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