CAPORALATO, LA DENUNCIA DI UNA DONNA: “CI PRENDEVANO IN GIRO DICENDOCI CHE I SOLDI CHE NON CI DAVANO PERMETTEVANO A LORO DI FARE VACANZE”

Il caporalato trova una spiegazione chiara ed efficace nelle parole di Angela (nome di fantasia), una bracciante 42enne che ha deciso di raccontarsi a Il Fatto Quotidiano.

“La giornata lavorativa iniziava alle 5.30, ma spesso dovevamo andare a lavorare in zone distanti da Taranto, ad esempio nel Barese, a due ore e mezzo di viaggio in furgoni omologati per nove persone e nei quali entravamo in 18. Quindi partivamo alle 2.30. Sette ore di lavoro minimo, poi c’erano gli straordinari e allora si poteva arrivare anche a 12”. Ore non pagate racconta Angela: “Il caporale ci faceva lavorare ogni giorno, non ci riposavamo nemmeno la domenica. Poi a fine mese ci diceva ‘ti ho segnato 20 giorni’, così tu sapevi che gli altri 10, più gli straordinari, se li intascava lui o facevano risparmiare l’azienda sulle paghe. Prendevamo al massimo 600 euro al mese”.

Non è una scelta lavorare in quelle condizioni disumane: con un marito senza lavoro, un figlio piccolo che studia e con solo il maggiore che lavora come elettricista, abbassare la testa e andare avanti sembra l’unica soluzione. “Tutti noi sapevamo di non avere scelta”.

Il primo cambiamento per Angela arriva nel 2015, dopo dopo la morte della bracciante 49enne Paola Clemente, quando ha capito che “non si può morire per lavorare” ed ha deciso di lasciare il mondo agricolo. Decisione durata poco: “Lavorando nelle aziende o nei negozi in paese venivi pagata 57 euro al giorno con assegno. Andavi a riscuoterlo, ma 27 euro dovevano tornare in mano al datore di lavoro. Allora ho di nuovo messo da parte l’orgoglio e sono tornata dai caporali perché si guadagnava di più”.

È da quando Angela aveva 14 anni, età in cui iniziò a lavorare perché i soldi in famiglia scarseggiavano, che viene sfruttata e trattata nei peggiori dei modi. Parlando dei caporali dice: “Ricordo che ci prendevano in giro dicendoci che i soldi che non ci davano permettevano a loro di fare vacanze, mentre noi ci affannavamo a pagare i mutui. Che eravamo delle asine”. Oggi però, dopo 20 anni di sfruttamento nelle campagne pugliesi, Angela può finalmente uscire da questa situazione di illegalità assieme ad altre 49 donne italiane che sono state coinvolte nella prima filiera bio-etica contro il caporalato: le donne presto inizieranno a raccogliere uva da tavola biologica nelle terre di Ginosa con un contratto regolare da 6,5 ore al giorno.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

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