GLI STATI UNITI TORNANO NELLO SPAZIO SCRIVENDO LA STORIA

Alle 21.22 di ieri ora italiana si è scritto un nuovo pezzetto di storia con la partenza del razzo Falcon9 della compagnia privata SpaceX con destinazione la Stazione spaziale internazionale (Iss). La partenza si è avuta dalla storica Cape Canaveral, prima Cape Kennedy, e non succedeva dal 2011, anno in cui terminò il programma Space Shuttle. Il lancio, rimandato a causa del maltempo qualche giorno fa, è stato anche ieri incerto sino all’ultimo ma alla fine tutto è andato per il meglio e la capsula Crew Dragon con dentro gli astronauti Bob Behnken e Doug Hurley si dirige verso destinazione. Astronauti Nasa e finanziamenti pubblici uniti alle tecnologie sviluppate da SpaceX hanno fatto di questo lancio una nuova pagina dei libri si storia della quale ci si ricorderà come per la prima volta una società privata abbia mandato uomini in orbita e come il razzo con il compito di sostenere la spinta per la fase del lancio sia tornato a terra. Trump, che con il vice Pence ha assistito al lancio, non ha nascosto la gioia e le speranze per il futuro: “oggi è cominciata una nuova era di ambizioni americane. Siamo una nazione di pioneri. La prima donna ad andare sulla luna sarà americana e il primo equipaggio ad arrivare su Marte sarà americano”. Che sia la rinata voglia di scrivere la storia o le crescenti avversità con la tecnologica Cina quello che importa è che sembra sia tornata la voglia di far superare sempre più all’uomo i confini terrestri. A differenza degli ultimi lanci la novità sta anche nella riscoperta indipendenza spaziale degli americani e alleati come ha ricordato anche Giorgio Saccoccia, presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, che parla anche di “contributo dell’Italia a questo lancio”. Sicuramente questa è una impresa che Oriana Fallaci avrebbe descritto magistralmente.

COSA DICE L’AUTOPSIA SU GEORGE FLOYD

In breve “non ci sono elementi fisici che supportano una diagnosi di asfissia traumatica o di strangolamento” per quanto concerne la dipartita dell’afroamericano morto dopo che un agente gli ha tenuto premuto il ginocchio sul collo per 9 minuti.

Il referto medico parla di “effetti combinati dell’essere bloccato dalla polizia, delle sue patologie pregresse (coronaropatia e ipertensione, ndr) e di qualche potenziale sostanza intossicante nel suo corpo” che “hanno probabilmente contribuito alla sua morte”.

La famiglia di George Floyd non è soddisfatta dell’esito dell’autopsia e chiede che venga condotto un secondo esame, indipendente.
Quello che dice l’autopsia è in parole povere che l’uomo non è morto per strangolamento o asfissia ma per tutti gli “effetti combinati” spiegati sopra tra cui anche l’essere tenuto a terra con il ginocchio sul collo.

Mentre Minneapolis sembra diventata una zona di guerra e si pensa all’arrivo dell’esercito, è stato arrestato Derek Chauvin, il poliziotto coinvolto nella morte di George, con le accuse di omicidio preterintenzionale e omicidio di terzo grado. “L’incriminazione più veloce in un’indagine contro un agente di polizia”.

CONDANNATI I TRE SCAFISTI CHE TORTURAVANO I MIGRANTI

Si erano chiamati scafisti i ragazzi sull’imbarcazione dell’ONG “Mediterranea Saving Humans” perché “colpevoli” aver salvato e fatto sbarcare a Lampedusa 59 migranti nei primi giorni di luglio del 2019. Come sempre succede quando si accende un riflettore su una imbarcazione che salva persone nel Mediterraneo erano nate proteste da parte di chi quei migranti in Italia non li voleva e considera i volontari delle ONG degli scafisti.

Che piaccia o meno, che giovi o meno alla strumentalizzazione di questo caso, ad essere condannati come scafisti non sono stati i ragazzi dell’ONG ma altri: Mohammed Condè, Hameda Ahmed e Mahmoud Ashuia.

Associazione a delinquere finalizzata alla tratta di persone, alla violenza sessuale, alla tortura, all’omicidio e al sequestro di persona a scopo di estorsione. Sono queste le accuse a vario titolo che hanno portato all’arresto dei tre condannati a 20 anni ciascuno. I torturatori gestivano anche per conto di una organizzazione criminale il campo di prigionia a Zawiyia e sono stati identificati da alcuni testimoni che hanno raccontato di aver subito torture e visto morire compagni di prigionia.

“Ci hanno colpiti con bastoni, calci di fucili, tubi di gomma, frustati, torturati con scariche elettriche”. È la prima volta che in Italia viene emessa una condanna per il reato di tortura.

“PRO VITA & FAMIGLIA” DIFENDE LE TERAPIE RIPARATIVE E SI SCAGLIA CONTRO LE “LOBBY LGBT”

Nella prima parte del mese di maggio la Germania ha ufficialmente vietato l’orrenda pratica delle terapie riparative per le persone di età inferiore ai 18 anni. La notizia non ha fatto però molto piacere alla già nota Pro Vita & Famiglia (dove c’è di mezzo un cartellone omofobo o discutibile spesso c’è dietro questa Onlus) che non ha apprezzato che si vietasse di trattare gli omosessuali come dei malati da guarire con strane terapie.

Sul loro blog si legge che questa “assurda legge arriva ad imbavagliare completamente anche chi desidera chiedere aiuto, prevedendo fino ad un anno di reclusione e una multa di 30.000 anche per chi risponde alla richiesta volontaria di aiuto da parte di un giovane che voglia combattere certe pulsioni. E la cosa più grave è che ciò vale, non solo per gli psicologi ma persino per i genitori. Insomma siamo all’annientamento completo della potestà genitoriale, da parte di un vero e proprio stato etico che, con una nonchalance da paura, entra anche nelle coscienze dei suoi cittadini e nei rapporti più sacri e intimi, come quelli tra genitori e figli, sbrindellandoli con leggi ad hoc”.

Per loro quindi è assai grave che dei genitori non possano più trattare i figli come dei malati da curare perché per loro l’essere omosessuale vuol dire avere “certe pulsazioni” da combattere e poco importa se i giovani sottoposti a queste “terapie” possano sviluppare ansia, depressione o anche pensare al suicidio.

In una intervista di circa un anno fa concessa all’Espresso, il professore ordinario di Psicologia alla Sapienza di Roma, Vittorio Lingiardi, parlava di questo tema così: “chi parla di omosessualità come condizione ‘modificabile’ per mezzo di un intervento ‘terapeutico’ non ha alcun riconoscimento nella comunità accademica, clinica e scientifica. Volendo fare una battuta, sono un po’ i ‘terrapiattisti’ della psicologia”.

Aspettando che le terapie riparative vengano vietate anche in Italia.

ITALIA VIVA HA SALVATO IL SEGRETARIO LEGHISTA? BREVI PRECISAZIONI IMPOPOLARI

Tredici a sette. Ieri la giunta per le Immunità ha deciso: Salvini non deve essere processato per il fermo imposto all’Open Arms con a bordo 150 migranti. È la terza volta che Salvini si trova in un analogo guaio e, siamo sinceri, la vera notizia questa volta sembra essere la decisione dei tre deputati di Italia Viva di non partecipare al voto. Da lì la fine: basta leggere i titoli di alcuni dei principali giornali italiani o farsi un giro su Facebook per capire che effettivamente la notizia questa volta è rappresentata proprio dal non voto del partito di Renzi che però, a onor del vero, non avrebbe comunque cambiato l’esito finale per via del voto del senatore Giarrusso (ex M5s) e della dissidente grillina Riccardi. Le motivazioni di IV arrivano per mezzo di Francesco Bonifazi per il quale “la motivazione principale per cui Italia Viva decide di non partecipare al voto risiede però nel fatto che, dal complesso della documentazione prodotta, non sembrerebbe emergere l’esclusiva riferibilità all’ex ministro dell’Interno dei fatti contestati”. Innegabile.

Chiaro è che tenere centinaia di persone ferme in mare per quasi un mese non è accettabile e che la colpa per quanto successo sia principalmente dell’ex ministro dell’Interno, ma non si può negare che, piaccia o meno, il suo non dovrebbe essere l’unico nome di cui parlare. Non dovrebbero essere i complici a condannare la condotta di chi appoggiavano e bisognerebbe anche ricordarsi che i cambiamenti effettuati in ambito immigrazione da parte di questo governo non sono poi tanto rivoluzionari ed anzi la linea da seguire non sembra poi molto diversa da quella dell’esecutivo precedente. Lo capisco, è questione di equilibri politici e la politica non può non essere anche questo, ma lasciate che venga anche detto che c’è del politico in questi possibili processi (a prescindere da Palamara e CSM) che colpiscono persone mirate.

Non fraintendiamoci, da qui a dire che Salvini agì bene c’è molta strada e miei vecchi articoli lo ricordano, ma forse bisognerebbe soffermarsi un attimo a domandarsi se questo possibile processo puzza di “politico” e se è il caso di chiedere all’opposizione di essere uniti per poi provare a condannare il suo principale esponente. In ogni caso molto è ancora da decidere e sarà il Senato a mettere l’ultima parola in una votazione per nulla scontata dati i risicati numeri della maggioranza e la presenza di alcuni grillini filoleghisti oltre che dei tanti deputati renziani.

USA, AFROAMERICANO MUORE SOFFOCATO DA UN POLIZIOTTO

“Non riesco a respirare, non riesco a respirare. Non uccidermi”. Sono queste le ultime parole di George Floyd, un afroamericano ucciso da un poliziotto di Minneapolis.

Tutto ha inizio verso le 8 di sera, quando degli agenti sono arrivati al 3700 di Chicago Avenue South per fermare un uomo che “appariva sotto l’effetto di droga” e che per i poliziotti avrebbe opposto resistenza all’arresto. Un agente ha bloccato George a terra tenendolo fermo con un ginocchio all’altezza del collo abbastanza a lungo da farlo morire in quello che vergognosamente è stato definito “incidente medico”.

“La polizia l’ha ucciso, l’ha ucciso lì di fronte a tutti mentre gridava non posso respirare” ha commentato un testimone che racconta anche come la “sua testa era così schiacciata a terra che gli usciva sangue dal naso”.
Inutile dire che in queste ore l’America è attraversata dalle proteste di innumerevoli persone che chiedono giustizia e che episodi come questo cessino di verificarsi.

“Avrebbero dovuto essere lì per servire e proteggere e non ho visto nessuno di loro alzare un dito per fare qualcosa per aiutarlo mentre chiedeva salva la sua vita. Nessuno di loro ha cercato di fare qualcosa per aiutarlo”. Queste sono parole della cugina di George la cui famiglia è a pezzi per la perdita subita e chiede che i quattro agenti coinvolti vengano accusati di omicidio.

“I can’t breathe”

il video

IL BUONSENSO NON BASTA! IN AMERICA NASCONO I “NO MASK”

Non ci vuole molto per far ricredere chi sostiene che gli italiani siano in grado di comportarsi responsabilmente ed una prova è data proprio dalle immagini delle piazze piene che hanno fatto infuriare sindaci da nord a sud. I sindaci sono sul piede di guerra! A pochi giorni dalle riaperture tutto sembra tornato come prima e sembra che la gente si sia dimenticata del coronavirus: persino nelle zone più colpite come Brescia la movida ha preso il sopravvento e distanze di sicurezza e mascherine sembrano iniziare a scarseggiare come il buonsenso. Mentre aspettiamo e speriamo non arrivi una seconda ondata di contagi che ucciderebbe sicuramente di più del mancato divertimento di tanti giovani, possiamo quantomeno essere felici di essere rimasti ai “no-Vax” mentre in America prendono piede anche i “no-Mask“.
Per alcuni americani importa poco aver perso più persone che durante la guerra del Vietnam o essere il Paese più colpito al mondo, l’importante sembra essere affermare il loro diritto di non indossare la mascherina con una pandemia in corso. È così che da alcune settimane negli Stati Uniti hanno preso piede le proteste di alcuni commercianti che hanno affisso cartelli che recitano “vietato indossare mascherine” o simili. Nulla di nuovo se si ricorda le proteste scaturite a San Francisco durante l’epidemia di spagnola del 1919. Se anche voi desiderate venire contagiati dal virus che ha fatto strage di connazionali e non, vi basterà trovare il modo di recarvi in America per partecipare ad un “Covid-19 party” oppure sperare di incontrare qualcuno che vi tossica sopra.

Negli Stati Uniti sono oltre 80mila i morti da Covid-19 e circa 20 milioni le persone che in questo periodo hanno perso…

Pubblicato da DestructIsmi su Domenica 10 maggio 2020

KARIM, 10 ANNI, MORTO SCHIACCIATO DALLA POVERTÀ

Si chiamava Karim Bamba, 10 anni, ed è morto tragicamente schiacciato nello sportello di uno di quei cassonetti utilizzati per la raccolta di vestiti usati della Caritas.

Non era certo facile la situazione che Karim viveva con la sua famiglia ed è cercando dei vestiti usati che il ragazzo ha perso la vita. La famiglia vive in un bilocale al pianterreno di un condominio alle spalle del municipio di Boltiere in un contesto che anche per i vicini era tutto tranne che semplice: “temevamo che prima o poi succedesse qualcosa”. La morte del giovane, che aveva 4 fratelli, ha sconvolto tutta l’Italia che piange per la brutale fine fatta dal bambino.

Il sindaco commenta l’accaduto ricordano come la “comunità di Boltiere è affranta per la perdita del piccolo Karim.
Purtroppo la disgrazia avvenuta nella serata di martedì ha spezzato questa giovane vita.
Karim era molto conosciuto in paese. Frequentava la nostra scuola primaria ed insieme ai suoi fratelli andava spesso a giocare all’oratorio od al parco.
La famiglia è sempre stata seguita dai servizi sociali che provvedono, in collaborazione anche con il Centro di Primo Ascolto, al loro sostegno.
Difficile trovare le parole per descrivere lo stato emotivo che ci ha colpito, che solo la pietà e la preghiera può aiutare ad alleviare il dolore della famiglia e di tutti noi.”

Dalle ricostruzioni sembra che Karim abbia raggiunto scalzo il cassonetto in via Monte Grappa dove si sarebbe consumata la tragica morte a cui nessuno sembra aver assistito fatta eccezione per una donna che ad un certo punto ha notato le gambe immobili del bambino in quella che ha descritto essere stata “una scena orribile”.

In questi casi sorge spontaneo chiedersi se sia possibile morire in questo modo, schiacciati dalla povertà prima ancora che da un cassonetto, e la risposta purtroppo è un sì. Sentite condoglianze.

Foto presa da primabergamo.it

CORONAVIRUS, GLI STATI CHE NON HANNO CHIUSO ORA PIANGONO I MORTI

Sette giorni. Sarebbe bastata una settimana per evitare la morte di 36 mila americani morti per via del coronavirus. Chiudendo invece due settimane prima di quanto fatto si sarebbero potute salvare circa 54 mila persone, cioè la metà dei morti registrati negli Stati Uniti. A dircelo è un modello della Columbia University che ci ricorda come aver chiuso o averlo fatto tardi in alcuni casi ha portato alla dipartita di migliaia di persone. È il caso americano ma forse anche di quel Brasile che non ha mai chiuso veramente e che da tempo si ritrova a seppellire i suoi morti in fosse comuni. Da numeri bassi il Brasile in breve tempo ha visto un aumento esponenziale dei contagi (quasi 20mila solo ieri) portandosi così al terzo posto per numero di contagiati. Da evidenziare anche le stime del Daily Telegraph che, citando i dati Our World in Data, parla della Svezia come il Paese con il più alto tasso di mortalità nel mondo per coronavirus. I dati, che però prendono in considerazione solo gli ultimi 7 giorni, fanno discutere perché minerebbero il famoso modello svedese basato solo su inviti alla popolazione e niente chiusure.

IN UNGHERIA LE PERSONE TRANSGENDER NON POTRANNO CAMBIARE SESSO

In Ungheria è stata approvata l’ennesima legge finalizzata a minare i diritti delle persone transgender che ora non potranno più cambiare il proprio sesso all’anagrafe: in parole povere fine riconoscimento giuridico.

Con 133 voti a favore e 57 contrari è passata la proposta che stabilisce come il sesso biologico “basato sulle caratteristiche sessuali primarie e i cromosomi” dovrà essere registrato alla nascita e non potrà cambiare successivamente.

Per Amnesty International “questo voto spinge l’Ungheria indietro verso tempi bui e sopprime i diritti delle persone transgender e intersessuate, che dovranno subire non solo ulteriori discriminazione ma anche le conseguenze di un clima ancora più intollerante e ostile verso la comunità Lgbti”.

Di fatto i cambi di sesso in Ungheria erano “congelati” dal 2017 e così tutte le persone che hanno fatto richiesta da quel periodo e che avrebbero voluto farla non potranno più ottenere quanto desiderato dovendo continuare a vivere coscienti che per loro non c’è futuro in quello Stato che ha affidato i pieni poteri al premier Orbán.